[Ritorna INSIDE ITALY, il racconto dei miei viaggi attraverso l’Italia che incontro presentando un libro, ora: Prima dell’apocalisse. I codici della speranza].

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Fa un caldo pazzesco, in provincia di Varese, questo fine giugno 2026, e si va avanti con condizionatori e bibite fresche. Sembra che il Ticino sia destinato a evaporare nel giro di qualche giorno, e i convogli della Trenord sono delle trappole termiche per i passeggeri. È solo lasciando dietro di sè quell’immensa conurbazione di zone costruite, ritagli di campi coltivati e aree incolte che da Milano si estende senza fine verso nord e nordovest, fino a lambire l’aeroporto di Malpensa, che inizi a credere che il fresco esista ancora. Ad Arcisate, dove si inizia a salire e scendere, quando ti infili in auto sotto una galleria di alberi sul fianco di una collina, quasi non ci credi: si respira. Guardo gli alberi e cerco di identificarli: sono soprattutto robinie, Robinia pseudoacacia, arrivata dal Nordamerica grazie al botanico Jean Robin nel XVII secolo. Ha rami spinosi, foglioline ellittiche disposte in modo opposto e  candide fioriture primaverili da cui ricavi un ottimo miele, cresce piuttosto rapidamente e fissa l’azoto nel terreno. Lungo le ferrovie o i canali, in aree dove i boschi erano stati tagliati e dominano le zone dismesse, ha avuto vita facile. Nel Varesotto, copre intere regioni, ed indica fin dove l’industrializzazione e l’urbanizzazione del passato sono arrivate per poi entrare in crisi. È considerata una pianta infestante, ma a differenza di altre, ha permesso di ristabilire una copertura boscosa in aree degradate, dove la flora autoctona e le querce possono tornare, se le si aiuta. È un poco un simbolo dell’antropocene, perché gli ultimi boschi autoctoni da queste parti li trovi solo sul Ticino, e sopravvivono a nuove strade e a nuove infrastrutture. Non è la robinia ad essere invasiva, è l’antropocene.

«Ma quando smetteranno di costruire? Non ci hanno detto che gli Italiani non fanno più figli?» commenta Roby Andervill alla guida della sua auto, mentre infila una bretella.

«Fosse solo per le costruzioni… Io mi sono già perso, con tutte le strade e le rotonde che hai già preso» gli faccio io, disorientato dal reticolo di infrastrutture stradali di cui siamo prigionieri.

Perfino quando, tra una presentazione e l’altra, ci concediamo un bagno nel Ticino, alla Melissa Beach, tra signori tatuati e signore in cerca di tintarella, ci troviamo tra il ponte autostradale a destra e uno sbarramento idrico a sinistra.

Roby Andervill è prima di tutto un amico, che ha amato la Palestina e la Siria come me, ed ha frequentato quelle terre martoriate come Gaza o il Nord della Siria. Un amico che si è dedicato a costruire ponti (non autostradali) e un sostenitore degli oppressi. Sul braccio destro, porta un tatuaggio di Handala, il bambino palestinese con i capelli ispidi, i piedi nudi e le toppe sui vestiti, che venne disegnato dall’artista Naji al-Ali negli anni sessanta. Roby è uno che si è fatto da sè, che ha fatto di tutto nella vita, dal fabbro all’idraulico, dall’organizzatore di aiuti umanitari al gestore di sportelli per colf e badanti, ed ora anima i 53 circoli ACLI della Provincia di Varese. Il suo motto è: «Nella vita serve tutto». Anche quando la vedi brutta, impari a servirti di qualcosa, come quella volta davanti a un soldato israeliano che l’aveva costretto a mettersi in mutande. Il soldato gli disse: «Posso fare di te ciò che voglio», e Roby rispose: «Dimentichi una cosa, ho un passaporto italiano». Anche quando sei avanti negli anni. Le ACLI di Varese volevano mandarlo a formarsi alla sede nazionale ACLI di Roma come animatore di comunità, ma all’inizio la docente si dichiarò scettica sul proporre un tale percorso ad un ultra-cinquantenne. Poi chiese il nome dell’alunno e all’udire il nome di Roby rispose: «Andervill? Perché non me l’avete detto prima? Mandami subito l’Andervill!». La docente aveva conosciuto Roby anni addietro in Kosovo, lei cooperante internazionale e lui volontario. Il Kosovo è solo una delle terre martoriate che Roby ha frequentato. Nel 2003, è stato pure in Nigeria, in quella zona tristemente famosa come Biafra, dove lavorò come volontario in una missione gestita dai Padri Guanelliani a Nnebukwu; fu un’esperienza provante, chissà, forse più di altre, perché oltre che con miseria e oppressione doveva fare i conti anche con l’ignoranza: da quelle parti, i portatori di handicap sono considerati posseduti dal diavolo e sovente tenuti incatenati in casa, ed una delle cose più difficili per la missione era cercare di sottrarre quei giovani alle loro famiglie per dar loro un futuro e una dignità.

Ad Arcisate, prima della presentazione, Roby mi istruisce sulle ACLI, sul fatto che il padre costituente Achille Grandi le creasse nel 1944 dopo la liberazione di Roma, e che nel Varesotto i primi circoli nacquero subito dopo. Quando spiega che Paolo VI sconfessò le ACLI nel 1971 per i suoi orientamenti “socialisti”, sembra quasi segnalare l’orgoglio di farne parte, fare parte di un movimento autonomo che guarda ai lavoratori in un mondo in evoluzione[1]. È questo lo stile che l’ha portato ad accogliere favorevolmente la mia proposta di portare il mio libro dalle sue parti, e di parlare di Paolo Dall’Oglio, figura che ho potuto riscontrare essere molto amata qui per quel suo essere testardamente un seguace di Cristo.

Le domande sul destino di padre Paolo si susseguono, sia ad Arcisate che a Casorate Sempione[2], e spiego ai presenti cosa mi ha spinto a scrivere quel libro, cercando di risolvere letterariamente il mistero del suo rapimento. Il messaggio profetico di padre Paolo è troppo importante da lasciar che la vicenda della sua scomparsa prenda il sopravvento nella memoria collettiva. È una delle ragioni per cui ho scritto il libro, e quando la espongo al pubblico, particolarmente numeroso a Casorate, mi ascoltano con attenzione. Vorrei tanto che la sua figura venisse ricordata perché il suo messaggio era universale, e non era esclusivamente rivolto ai siriani. Nella lettera che padre Ignacio consegna a Compagno, l’ecclesiastico scriverà:

Alle sorelle e ai fratelli tutti: non è più il tempo di stare a guardare. Dalla grande finestra dell’Oltre, che sta nel tempo e al di là del tem­po, è questo il mio richiamo a tutte e tutti voi, la mia lettera paolina di respiro escatologico. Accettiamo che tutto è postcristiano per pre­parare la salvezza del mondo! Accettiamo che anche uomini e donne di fede, passionalmente vincolati alla Redenzione pasqua­le, siano parte di una Chiesa continuamente superata dalla fertilità del proprio mistero, per interpretare con urgenza la sua missione di riscat­to dell’umanità dalla tentazione dell’autodistruzione, l’umanità tutta nella sua interezza.

Il cammino percorso insieme da molti di noi come Chiesa nell’Islàm e dell’Islàm, tra tenerezza della fraternità interetnica e interreligiosa e brutalità della repressione violenta di una gioventù bramosa di libertà, tra la pratica dell’austerità e della semplicità in comunione con il creato e diseguaglianze sociali generate dalla corruzione e da una gestione clanica degli affari pubblici, ci ha fatto vedere più avanti di altri, ci ha chiamati a stare davanti, a fare della nostra fede uno strumento di inesauribile ottimismo e di globalizzazione delle responsabilità. La lotta per la custodia della Terra sia sacra, ma non di questa o quella terra delimitata da questo o quel confine, bensì della Terra come la vediamo dallo spazio, impregnata dell’amore del Creatore.

Anche il sig. Dimitri Cassani, sindaco di Casorate Sempione, sarà presente in prima fila ad ascoltare. Pare sia di destra, ma non importa, l’umanità è unica, e non importa neppure se non ha detto nulla durante il dibattito. A fine serata, mi esprimerà personalmente la sua preoccupazione per la perdita di valori che si diffonde tra i giovani. Anch’io sono preoccupato, ma tocca a noi prima di tutto fare esame di coscienza, e chiederci cosa stiamo consegnando loro.

Ed è ancora più importante farsi una tale domanda a Casorate, perché è un luogo speciale. Qui, si racconta che venne creata una grande festa per rimettere le persone insieme. Stiamo parlando della festa di San Tito, diacono romano che subì il martirio nel V sec., una festa che nacque nel XVII secolo, quando si decise dopo il Concilio di Trento che si dovesse far di tutto per rianimare lo spirito religioso popolare. Come? Portando sui territori le reliquie dei santi. Così, nel 1676 i Casoratesi andarono a Milano a prendere quelle di San Tito.

Agli inizi del Novecento, Casorate era divisa tra due fazioni, i Civàsch, possidenti e di cultura più laica, e i Paulìst, gravitanti attorno alla parrocchia. Le due fazioni avevano creato due asili, e la comunità era divisa in due. Quando arriva il parroco Luigi Mariani, nel 1919, trasforma la festa di San Tito in un grande evento decennale di spirito riconciliatorio, e da quell’epoca – ogni dieci anni, e nel settembre del 2026 cade la prossima – la festa di San Tito trasforma la cittadina e le ricorda che è meglio stare insieme piuttosto che dividersi.

È quello che cerca di fare Roby, mobilitando circoli cattolici che hanno una lunga storia, e che ora devono trovare nuove ragioni di esistere in un mondo pieno di confusione e tensioni, tra benessere, antropocene, egoismi e campanili di bassa lega. Lui, è un poco come il “rottamatore di Raqqa”, che nel mio libro cerca di sciogliere i contrasti e riavvicinare le parti. La massima di Roby, forse, è quello di cui abbiamo soprattutto bisogno, per mettere insieme tutti e tutto, per ridurre attriti e pregiudizi, e cercare una via di mezzo per il bene comune:

«Nella vita serve tutto».

Gianluca Solera


[1] In «Paolo VI, il Papa delle Acli», si legge: la storia del rapporto tra le Acli e Paolo VI, che possiamo definire quasi “filiale”, attraversa negli anni ’70 un momento di grande difficoltà tale da portare la Cei a disconoscere le Acli come movimento ecclesiale. “Noi abbiamo visto con rammarico il recente dramma delle Acli e cioè abbiamo deplorato, pur lasciando piena libertà, che la direzione delle Acli abbia voluto mutare l’impegno statutario del movimento e qualificarlo politicamente, scegliendo per di più una linea socialista”, disse il Papa in occasione dell’assemblea dei vescovi italiani, il 19/06/1971, con parole che esprimevano il suo dolore. Ma nonostante le difficoltà e momentanee divergenze causate da momenti storici complessi, il legame e l’affetto tra le Acli e Paolo VI è sempre stato molto forte. Fino ai nostri giorni e alla grande festa per il Papa Santo che ha fondato le Acli.

[2] Desidero ringraziare per l’ospitalità in particolare: Yari Pegoraro – presidente ProLoco di Arcisate; Alberto Brusa-Pasqué – vicepresidente Circolo Acli di Arcisate; Massimo Conconi – presidente Circolo Acli di Casorate Sempione e Paola Cattoretti – presidente Caritas di Casorate Sempione.

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